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OGNUNO
DI NOI
APPLICA
  normalmente delle strategie personali per apprendere e ricordare qualcosa, dal sottolineare o evidenziare i passaggi salienti di un libro, cerchiare le parole chiave, applicare una lettura skinning per una comprensione globale passando ad una lettura
  mnemotecniche studiate espressamente per favorire lo studio del lessico di una lingua straniera: il metodo della parola chiave e quello della parola-aggancio.

Il metodo della parola chiave
(Keyword Method)

Il metodo della parola chiave è stato proposto da Richard Atkinson e Michael Raugh (1975). Essi studiarono scientificamente la possibilità di utilizzare immagini mentali per l’apprendimento delle lingue straniere. La tecnica prevede l’utilizzo di parole familiari (che possono appartenere alla madrelingua o ad una seconda lingua già ben acquisita) che vengono impiegate per stabilire dei link di tipo acustico e visivo che facilitino l’apprendimento e la memorizzazione di vocaboli di una lingua straniera. Ad esempio uno studente di italiano come lingua straniera o L2 può ricorrere ad una parola della sua lingua madre (come parola-chiave) che abbia una somiglianza acustica con una parola, o una parte di essa, della lingua target. In generale tra la parola chiave e la parola target non vi è relazione semantica e l’unico legame è di tipo acustico. Nel caso dell’italiano come lingua straniera volendo, ad esempio, memorizzare parole come gatto e tonno, uno studente francofono potrà associare le parole gâteau e tonneau. Per imparare le parole tre e topo uno studente anglofono potrà associare le parole tree e top. Il metodo della parola chiave si divide in due fasi:
a. Si chiede all’allievo di associare la parola straniera con la parola-chiave. Questa fase si basa, come abbiamo accennato in precedenza, solo sulla somiglianza acustica e non presenta in generale particolare difficoltà.
b. Nella seconda fase si richiede all’allievo di formare un’immagine mentale dell’interazione della parola-chiave con la sua traduzione nella propria lingua madre. In realtà, questa seconda fase corrisponde alla tecnica di associare coppie di item non relati fra di loro.

Se prendiamo gli esempi citati, si potrebbe immaginare un gatto che mangia una torta, un tonno che esce da una botte, tre alberi in fila e un topo in cima a qualcosa. Come si può osservare, si tratta, in altri termini, di creare un’associazione tra il significante del vocabolo usato come parola chiave e il significato del vocabolo italiano per mezzo di immagi


Paolo Borrelli,
La testa,

1994.
  scanning per un’analisi più dettagliata, dal tenere un’agenda con le parole nuove alle varie strategie di ripetizione e di organizzazione del nuovo input linguistico, e così via. Sono in genere strategie spontanee, che si applicano in diverso modo e con diversa frequenza sulla base delle abitudini (che alle volte possono anche essere cattive) e delle proprie capacità metacognitive. In genere ricorriamo a tali strategie sulla base del tipo di input da apprendere - ad esempio un certo corpus lessicale, dei concetti complessi, dei modi di dire, dei chunk lessicali, lemmi di un determinato campo semantico, concreti od astratti, item isolati o all’interno di contesti, ecc. – ed in base ad un obiettivo definito - si possono voler memorizzare solo le informazioni salienti di un testo, oppure si desidera ricordarne alcuni elementi specifici. Si possono memorizzare delle parole-chiave per recuperare il senso globale, o voler apprendere nei dettagli dei processi complessi di tipo scientifico, come nel caso di un apprendimento microlinguistico scientifico professionale. Alcune di queste strategie possono consistere nell’applicazione intenzionale di uno schema artificiale di memoria, una tecnica di memoria che ci consenta di raggiungere l’obiettivo. In questo caso si tratta di mnemotecniche strutturate in sequenze ordinate di strategie, che vanno esse stesse apprese e che inizialmente possono sembrare poco naturali o troppo sofisticate. In realtà, gli studi compiuti su di esse nell’ambito della psicologia sperimentale, fin dalla metà degli anni sessanta, ne hanno ampiamente dimostrato l’efficacia. Nel campo dell’apprendimento e dell’educazione linguistica possono essere utili almeno per due motivi. Da un lato contribuiscono effettivamente al miglioramento delle prestazioni mnestiche, dall’altro rappresentano un utile strumento di riflessione sui processi della memoria, ed in questo senso sono utili per sviluppare cognizioni di metamemoria. In questo contributo analizzeremo due

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